Costume e moda nel XIV secolo
Le grandi ricchezze accumulate dai mercanti e dai banchieri, l’intensa vita commerciale ed affaristica delle città, portano ad una maggiore ricercatezza dell’eleganza nelle vesti. All’interno delle città nascono le corporazioni dei Sarti che con la loro arte riescono a differenziare l’abbigliamento delle persone: abiti mondani o da casa, abiti per donne nubili o sposate, abiti per giovani o anziani.
Il costume trecentesco, elegante e raffinato, è caratterizzato soprattutto dalla slanciata linea verticale suggerita anche dall’architettura, e dalla freschezza dei colori utilizzati nei tessuti. Risplendono i verdi, si accende l’amaranto, il viola trionfa in contrasto col candore dei bianchi veli. Il colore è infatti la vera caratterizzazione dell’abbigliamento trecentesco: abbinamenti bizzarri strisce, a scacchi, a onde, danno risalto ad abiti dal taglio semplice e lineare. A dominare è il rosso scarlatto e il verde, assai pregiato perché per ottenerlo occorre un lungo procedimento tintorio. Il meno pregiato è il celeste con l’azzurro perché ricavati dal guado (erba gualda) che cresceva abbondantemente in tutta Italia. Con la stessa pianta si otteneva anche il giallo che però poteva ricavarsi anche dallo zafferano. Il grigio, colore dei piccoli artigiani, e il nero, si ottenevano dalla galla che veniva estratta da un’escrescenza della quercia provocata da un parassita. Nell’abbigliamento femminile invece la gamma dei colori è ben più vasta; raramente le vesti sono di un solo colore ma spesso sono divise nella lunghezza in due colori e poi, sovrapponendo più d’una veste, si fanno dei graziosi quanto azzardati accostamenti cromatici.

I tessuti più utilizzati sono quelli di lana la cui produzione occupa una fiorentissima parte del commercio del XIV secolo. Sono prodotti in Italia ma anche importati dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania e dal Belgio. Oltre alle lane cominciano ad essere utilizzati anche tessuti di seta che vengono prodotti a Lucca, Venezia e Bologna. L’esigenza di avere sempre più raffinatezza nelle vesti porta però a ricercare sempre di più le stoffe provenienti dall’Oriente e che comunque abbiano qualcosa di esotico almeno nel nome: sciamito (drappo molto fine), zetano (drappo di seta pesante), broccato, velluto, raso, taffettà, camocà (panno orientale), cataluffi (stoffa rigata), baldacchino (stoffa di seta e fili d’oro prodotta a Bagdad), ciambellotto (stoffa fatto coi peli del cammello) e saia (panno leggero ruvido al tatto). Altro tessuto utilizzato nell’abbigliamento ma in maniera molto ristretta perché preziosissimo, è il panno d’oro o nassiccio prodotto principalmente a Genova Venezia e Lucca. È questo il secolo in cui si cominciano ad importare dalla Cina prodotti tessili con affascinanti disegni e decori. La fantasia dell’industria italiana si adegua subito a questa moda ingegnandosi ad imitare anche i motivi cinesi con un dinamismo decorativo ispirato dagli uccelli che volano, dai pesci che guizzano e dalle piante mosse dal vento. Persiste il gusto di far decorare le vesti con scritte o figure.
Tutto questo sfarzo nel vestire e decorare le stoffe, provoca lo scandalo dei predicatori dell’epoca e conseguentemente le autorità cittadine cominciano a promulgare le Leggi Suntuarie, cioè delle leggi che regolamentano il lusso stabilendo le somme da spendere per le vesti, la lunghezza degli strascichi, la quantità di stoffa a utilizzare ma soprattutto l’uso di ornamenti preziosi e dei gioielli. A Perugia ad esempio, nel 1366, si vietano gli abiti di velluto, sciamito e camocà, ma non si vieta il panno d’oro molto più prezioso e costoso. La Legge Suntuaria contribuisce insomma a differenziare ancora di più le “caste” delle città facendo riservare il lusso ai soli privilegiati per nascita o grado così che solo i capi di governo, i signori, i magistrati, i cavalieri e, naturalmente le loro consorti, possono addobbarsi come vogliono.

Costume e moda del XIV secolo
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